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Che Noia Anguria e la Solita Frutta: Prova Questi!

Oltre ad anguria, pesche e ananas cresce l’offerta di specie tropicali: identikit botanico, profili nutrizionali e canali di vendita di sette frutti ancora poco diffusi.
31 Luglio 2026, 12:00
Che Noia Anguria e la Solita Frutta: Prova Questi!

Il consumo estivo di frutta in Italia resta ancorato a un paniere consolidato, costruito attorno ad anguria, melone, pesche, albicocche, susine, fichi e piccoli frutti, prodotti che coprono la quasi totalità degli acquisti tra giugno e settembre e che beneficiano di filiere corte, prezzi contenuti e ampia disponibilità nella grande distribuzione. Accanto a questo assortimento tradizionale, tuttavia, si sta consolidando un segmento merceologico fino a pochi anni fa marginale, composto da specie tropicali e subtropicali che arrivano dai mercati asiatici e latinoamericani oppure, in misura crescente, da coltivazioni impiantate nel Mezzogiorno. Cherimoya, pitaya, jackfruit, litchi, mangostano, salacca e sapodilla rappresentano i casi più citati di questa espansione, che intercetta insieme dinamiche agronomiche, commerciali e climatiche.

Un mercato cresciuto all’ombra del cambiamento climatico

L’ingresso di mango e avocado nel paniere Istat nel 2018 ha certificato una trasformazione delle abitudini di acquisto che nel frattempo ha coinvolto anche la produzione agricola nazionale. Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Coldiretti, le superfici destinate ai fruttiferi tropicali in Italia hanno superato i 1.200 ettari, concentrati soprattutto tra Sicilia, Puglia e Calabria, con l’isola che assorbe la quota largamente prevalente delle produzioni di mango, avocado e papaya e con areali vocati individuati lungo la fascia ionica etnea, nel Messinese e nel Palermitano. Le stesse elaborazioni, basate su dati Istat, indicano un aumento del 39 per cento in valore dell’export di frutta tropicale italiana nel 2024 e un’ulteriore crescita a doppia cifra nel primo trimestre del 2025. L’innalzamento delle temperature medie, che ha reso più fragili alcune produzioni tradizionali come agrumi e olivo, ha di fatto ampliato le aree in cui specie originarie di climi caldi riescono a completare il ciclo vegetativo, sebbene la sensibilità alle gelate tardive continui a rappresentare il principale fattore di rischio per gli impianti.

La cherimoya, un frutto andino naturalizzato tra Calabria e Sicilia

Tra le specie citate, l’Annona cherimola è quella con la storia italiana più lunga. Originaria degli altipiani andini compresi tra Perù, Ecuador, Bolivia e Colombia, la pianta fu introdotta in Europa dai navigatori spagnoli e le prime sperimentazioni italiane risalgono alla fine del Settecento, con la semina effettuata presso l’Orto botanico di Palermo, mentre le coltivazioni reggine si consolidarono nella prima metà dell’Ottocento come possibile alternativa agli agrumi, dei quali la specie condivide gran parte delle esigenze pedoclimatiche. La produzione italiana resta concentrata nella fascia costiera della Città metropolitana di Reggio Calabria, dove le varietà coltivate derivano principalmente dalle selezioni Fino de Jete e Campas e dove il prodotto ha ottenuto la Denominazione comunale di origine «Annona di Reggio». La raccolta è scalare e si colloca tra ottobre e dicembre, con frutti cuoriformi caratterizzati da polpa bianca cremosa, semi neri non commestibili e un profilo aromatico che i disciplinari sensoriali descrivono come intermedio tra banana, fragola, pera e ananas.

Pitaya, litchi e mangostano: identikit di tre specie tropicali

La pitaya, commercializzata con il nome di dragon fruit, è il frutto di alcune cactacee rampicanti del genere Selenicereus, un tempo classificate come Hylocereus, coltivate soprattutto in Vietnam, Thailandia e America centrale e caratterizzate da una buccia rosa con brattee squamiformi e da una polpa bianca o rossa punteggiata di piccoli semi neri, dal sapore tendenzialmente delicato e poco zuccherino rispetto alla resa scenografica dell’aspetto. Il litchi, Litchi chinensis, appartiene alle Sapindacee ed è originario della Cina meridionale, dove la coltivazione è documentata da oltre un millennio: il frutto presenta un pericarpo rossastro e rugoso che racchiude una polpa traslucida e profumata, con un unico seme centrale, e ha una finestra commerciale ristretta perché tende a imbrunire rapidamente dopo la raccolta. Il mangostano, Garcinia mangostana, proviene dal Sud-est asiatico insulare e si distingue per una spessa buccia coriacea di colore violaceo scuro, che protegge spicchi bianchi disposti come segmenti di agrume, dei quali soltanto i più grandi contengono un seme.

Jackfruit, salacca e sapodilla, le specie meno note al consumatore europeo

Il jackfruit, Artocarpus heterophyllus, appartenente alle Moracee come il gelso e il fico, è considerato il più grande frutto commestibile che si sviluppi su albero, con esemplari che possono superare i trenta chilogrammi di peso; originario dell’India e diffuso dai portoghesi lungo le rotte coloniali, viene consumato maturo come frutto dolce oppure acerbo come ingrediente sapido, impiego che negli ultimi anni ne ha favorito la diffusione nei prodotti sostitutivi della carne. La salacca, o salak, è il frutto di palme del genere Salacca: la varietà commercialmente più diffusa è la Salacca zalacca, indonesiana, caratterizzata da una buccia bruna e squamosa che ha originato la denominazione di frutto serpente e da una polpa soda dal sapore dolce-acidulo. La sapodilla, Manilkara zapota, è originaria del Messico e dell’America centrale, presenta un epicarpo bruno simile a quello del kiwi e una polpa granulosa dal sapore che ricorda lo zucchero di canna, ed è la stessa specie dalla cui corteccia si estraeva il chicle, base storica delle gomme da masticare.

Profili nutrizionali, conservazione e canali di acquisto

Dal punto di vista nutrizionale si tratta in prevalenza di frutti a elevato contenuto di acqua e zuccheri semplici, con apporti variabili di vitamina C, potassio e composti fenolici, secondo profili che le banche dati di composizione degli alimenti collocano su valori non sistematicamente superiori a quelli della frutta di stagione prodotta in Italia, come sottolineano gli esperti del settore quando si discute di presunte proprietà eccezionali attribuite alle specie esotiche. Si tratta inoltre, in larga parte, di frutti climaterici, che completano la maturazione dopo la raccolta e che richiedono una gestione accurata della catena del freddo: molte specie tropicali risultano sensibili al danno da freddo se conservate a temperature troppo basse, circostanza che incide sulla qualità del prodotto importato per via aerea o marittima. Sul piano normativo, l’ingresso nell’Unione europea di frutta fresca proveniente da Paesi terzi è regolato dalle prescrizioni fitosanitarie del Regolamento (UE) 2016/2031 e dai relativi atti di esecuzione, che subordinano l’importazione al rilascio di certificati e a controlli ai posti di ispezione frontalieri. Sul mercato interno queste referenze restano poco presenti nella distribuzione generalista e si trovano più frequentemente nei negozi specializzati in prodotti etnici, nei mercati ortofrutticoli delle grandi città e nelle piattaforme di vendita online, con prezzi al chilogrammo sensibilmente superiori a quelli della frutta di stagione.