AttualitàPizza e gelato “artigianale”, occhio all’inganno: multe fino a 25mila euroDal 7 aprile 2026 la Legge PMI n. 34/2026 riserva il termine «artigianale» alle sole imprese iscritte all’Albo, con multe da 25.000 euro fino all’1% del fatturato per chi lo usa impropriamente.Giorgio Loda • 9 Aprile 2026, 10:57Dal 7 aprile 2026 la parola «artigianale» non è più un semplice strumento di marketing: la Legge annuale per le PMI (n. 34/2026), fortemente sostenuta da Confartigianato e CNA, ha introdotto una disciplina stringente che riserva l’uso delle denominazioni «artigianato» e «artigianale» esclusivamente alle imprese regolarmente iscritte all’Albo degli artigiani, con conseguenze dirette e pesanti per gelaterie, pizzerie, panifici e pasticcerie che per anni hanno fatto leva su quell’aggettivo senza averne i requisiti formali.La riforma colma una lacuna normativa che si trascinava da decenni, durante i quali il richiamo all’artigianalità dei prodotti era diventato, in moltissimi casi, più una leva commerciale che una qualificazione reale, generando distorsioni competitive significative a danno delle imprese autentiche e, soprattutto, dei consumatori indotti in errore da comunicazioni ingannevoli.La norma e il regime sanzionatorioIl fulcro della nuova disciplina è un principio netto: l’uso del termine «artigianale», in qualsiasi forma e su qualsiasi supporto — insegne, etichette, menu, packaging, comunicazione digitale e pubblicità — è consentito unicamente alle imprese in possesso della qualifica artigiana ai sensi della normativa vigente. Chiunque utilizzi questa denominazione senza essere iscritto all’Albo va incontro a sanzioni estremamente severe: la multa minima prevista per ogni infrazione è di 25.000 euro, che può salire fino all’1% del fatturato qualora tale importo risulti superiore alla soglia minima.Il regime sanzionatorio è stato costruito con l’intento esplicito di scoraggiare qualsiasi tentativo di abuso, rendendo il rischio economico per i trasgressori assolutamente non trascurabile. Non sfuggono alla norma neppure i soggetti che producono materialmente in modo artigianale ma che, per qualsiasi ragione, non risultino iscritti al relativo Albo: anche in questo caso l’uso della denominazione è vietato e passibile di sanzione.L’impatto sul settore alimentareIl comparto agroalimentare è tra i più direttamente interessati dalla stretta normativa, dal momento che gelaterie, pizzerie, panifici e pasticcerie hanno fatto un uso sistematico e spesso indiscriminato del termine «artigianale», senza che a tale qualifica corrispondesse una reale registrazione nell’Albo. Un caso emblematico: un bar che pubblicizza e vende gelato «artigianale», pur preparandolo internamente, non potrà più utilizzare questa definizione se l’impresa non risulta iscritta come artigiana. La stessa regola vale per la pizza, il pane, i dolci e qualsiasi altro prodotto alimentare promosso con l’aggettivo in questione.Secondo i dati emersi in occasione del dibattito pubblico che ha preceduto l’entrata in vigore della norma, solo a Roma, su circa 6.500 imprese che utilizzavano la qualifica di artigianale nella propria comunicazione commerciale, almeno la metà risultava irregolare rispetto ai nuovi requisiti di legge, un dato che fotografa la portata sistemica del fenomeno su scala nazionale.I profili di rischio per i consumatoriAl di là del profilo sanzionatorio per le imprese, la questione investe direttamente la tutela della salute e la sicurezza alimentare. Il gelato prodotto da una polvere industriale e spacciato per artigianale, o la pizza preparata con impasti preconfezionati presentata come frutto di lavorazione manuale, non rispondono solo a un problema di pubblicità ingannevole: in molti casi si tratta di prodotti che, rispetto all’originale artigianale, presentano profili nutrizionali differenti, con un maggiore apporto di additivi, conservanti, aromi artificiali e grassi idrogenati. Il consumatore che crede di acquistare un prodotto fresco, lavorato con ingredienti di qualità e senza conservanti, può in realtà trovarsi di fronte a un alimento industriale camuffato da un’etichetta suggestiva.La nuova legge mira proprio a spezzare questo meccanismo, restituendo al consumatore una garanzia legale concreta: dal 7 aprile, acquistare un prodotto «artigianale» significa poter contare su una certificazione formale dell’impresa produttrice, non su una semplice scelta di marketing.Le reazioni delle associazioni di categoriaConfartigianato ha accolto la riforma come una svolta storica. Il presidente Marco Granelli ha parlato esplicitamente di «fine della concorrenza sleale», sottolineando che la norma «riconosce finalmente il valore autentico dei prodotti artigiani e tutela i consumatori che dal 7 aprile avranno la certezza legale che ciò che acquistano come artigianale sia effettivamente frutto del lavoro, dell’ingegno e della passione dei nostri imprenditori». Analoga soddisfazione è stata espressa dalla CNA — Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa — che ha definito il provvedimento una «rivoluzione normativa», auspicando al contempo controlli capillari da parte delle autorità competenti a garanzia tanto degli artigiani quanto dei cittadini.Dal fronte del commercio, Confcommercio ha adottato un approccio più tecnico, concentrandosi sulle implicazioni operative per le imprese associate, molte delle quali dovranno intervenire in tempi rapidi per adeguare insegne, materiali promozionali, menu e comunicazione online, evitando così un’esposizione al rischio sanzionatorio che, come emerge chiaramente dalla norma, non lascia margini di ambiguità.Una riforma destinata ad ampliarsiLa stretta sul termine «artigianale» non è che il primo passo di una riforma più ampia. La Legge n. 34/2026 prevede infatti una delega al Governo per riordinare integralmente la disciplina dell’artigianato entro il 7 gennaio 2027, con obiettivi che includono l’aggiornamento dei limiti dimensionali delle imprese, il riconoscimento formale di nuovi mestieri artigiani, la semplificazione burocratica e una maggiore uniformità normativa tra le diverse regioni italiane, che oggi applicano regole non sempre omogenee in materia di iscrizione all’Albo e di vigilanza sul settore.Il settore artigiano italiano, che conta oggi circa 1,23 milioni di imprese attive dopo un decennio segnato dalla chiusura di circa 128.000 aziende, si trova dunque di fronte a un momento di potenziale rilancio, a patto che la norma venga applicata con la necessaria determinazione dalle autorità preposte. La sfida, come spesso accade nel contesto regolatorio italiano, si misurerà non tanto sulla qualità della legge, quanto sulla capacità del sistema dei controlli di renderla effettiva sul territorio.