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I cibi più ricchi di vitamina D per rafforzare ossa, muscoli e difese immunitarie

Dal salmone selvaggio ai funghi esposti al sole, una guida agli alimenti più ricchi di vitamina D per supportare ossa, muscoli e sistema immunitario durante tutto l'anno.
27 Febbraio 2026, 10:26
I cibi più ricchi di vitamina D per rafforzare ossa, muscoli e difese immunitarie
Anelli di Zucchine
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Anelli di Zucchine

Definita con una certa frequenza “vitamina del sole”, la vitamina D occupa un posto di primo piano nel panorama della nutrizione scientifica e della medicina preventiva, tanto per la complessità delle sue funzioni biologiche quanto per la diffusione della sua carenza tra la popolazione generale. Si stima che circa metà degli italiani presenti livelli ematici insufficienti di questo nutriente, con conseguenze che spaziano dalla fragilità ossea alla riduzione delle difese immunitarie, passando per un peggioramento della tonicità muscolare. Comprendere quali alimenti ne siano più ricchi e come introdurli in modo efficace nella dieta quotidiana è, dunque, una questione di salute pubblica prima ancora che di scelta alimentare individuale.

Una vitamina con funzioni ormonali

La vitamina D non è una vitamina nel senso stretto del termine: tecnicamente si tratta di un pro-ormone liposolubile, ovvero una sostanza che, attraverso specifici enzimi, può essere convertita in ormone attivo dall’organismo, con effetti su organi e sistemi ben oltre quello scheletrico. I suoi recettori sono stati identificati nelle cellule ossee, nel sistema immunitario, nello stomaco, nel cervello, nel rene e nella prostata, a testimonianza di quanto la sua azione si estenda trasversalmente all’intero organismo. La funzione principale è la regolazione del metabolismo del calcio e del fosforo, con un impatto diretto sulla mineralizzazione del tessuto osseo, ma la vitamina D agisce anche a livello muscolare, stimolando la sintesi delle proteine strutturali e favorendo la corretta contrazione delle fibre. Sul fronte immunitario, numerosi studi hanno dimostrato il suo coinvolgimento nella risposta ai virus e nella modulazione dell’infiammazione, con effetti protettivi particolarmente evidenti nei confronti delle patologie respiratorie come influenza e polmonite.

Il limite dell’alimentazione da sola

Esiste una distinzione fondamentale da tenere presente: alle latitudini europee, circa l’80% del fabbisogno di vitamina D è garantito dall’irradiazione solare diretta sulla cute, mentre soltanto il 20% proviene dalla dieta. Questo squilibrio non sminuisce l’importanza degli alimenti, ma impone una riflessione: nei mesi autunnali e invernali, quando l’esposizione al sole si riduce drasticamente, la componente alimentare diventa un supporto ancora più strategico. Il fabbisogno giornaliero raccomandato è fissato a 15 microgrammi (pari a 600 UI) per la maggior parte degli adulti, incluse le donne in gravidanza e in allattamento. Gli alimenti naturalmente ricchi di vitamina D sono prevalentemente di origine animale, il che rende la copertura del fabbisogno più complessa per chi segue una dieta vegetariana o vegana.

Il pesce: la fonte più ricca

Il pesce grasso rappresenta, senza dubbio, la fonte alimentare più concentrata di vitamina D. Trattandosi di una vitamina liposolubile, il suo contenuto è proporzionale al tenore di grassi del pesce: le specie più adipose sono dunque le più preziose. Il salmone selvaggio, in particolare quello di tipo Sockeye, arriva a fornire tra 600 e 1.000 UI per 100 grammi di prodotto, una quantità che soddisfa abbondantemente il fabbisogno giornaliero in un’unica porzione. Anche l’aringa si distingue per un contenuto particolarmente elevato, così come lo sgombro, le sardine, le acciughe, il sugarello e la trota, tutti pesci che rientrano nella categoria del cosiddetto pesce azzurro e che offrono al contempo un apporto significativo di acidi grassi omega-3, proteine di alta qualità e una vasta gamma di minerali essenziali. Ottanta grammi di salmone contengono circa 447 UI, mentre la stessa quantità di tonno ne apporta circa 154 UI, dati che confermano come anche il tonno, in scatola al naturale o fresco, rappresenti un’opzione valida, benché meno concentrata.

Olio di fegato di merluzzo e molluschi

Un discorso a parte merita l’olio di fegato di merluzzo, tradizionalmente considerato uno degli integratori naturali più potenti disponibili in natura. Questo alimento vanta una concentrazione di vitamina D eccezionale, ma il suo utilizzo deve essere moderato poiché contiene anche quantità elevate di vitamina A, il cui eccesso può risultare tossico. I molluschi, in particolare le ostriche crude (circa 269 UI per sei unità), e i gamberi offrono anch’essi un contributo non trascurabile: quattro gamberi forniscono circa l’11% della dose giornaliera raccomandata, apportando al contempo vitamina A, magnesio, fosforo e potassio. Le sardine in scatola, con circa 272 UI per 100 grammi, si confermano una soluzione economica, accessibile e facilmente inseribile nella dieta mediterranea.

Uova, latticini e fegato bovino

Fra le fonti di origine animale non ittiche, il tuorlo d’uovo occupa un posto rilevante: un tuorlo di dimensioni standard apporta tra 37 e 50 UI di vitamina D, con valori che tendono a essere più elevati nelle uova provenienti da galline allevate all’aperto, poiché l’esposizione solare dell’animale e il contenuto vitaminico del mangime incidono direttamente sulla composizione del prodotto. Oltre alla vitamina D, le uova intere offrono proteine complete, vitamina B12, vitamina B2 e ferro. I latticini — in particolare yogurt intero, formaggi grassi e burro — presentano contenuti più modesti, ma contribuiscono comunque all’apporto complessivo nella dieta quotidiana. Il fegato bovino, spesso trascurato sulle tavole contemporanee, rappresenta invece una fonte interessante sia di vitamina D che di vitamina A, ferro e vitamine del gruppo B.

I funghi: l’eccezione vegetale

In un panorama alimentare dominato da prodotti di origine animale, i funghi rappresentano l’unica eccezione vegetale degna di nota. Come le piante sintetizzano vitamina D mediante la luce solare, anche i funghi sono in grado di produrre vitamina D2 (ergocalciferolo) quando esposti alle radiazioni ultraviolette. I funghi maitake crudi, esposti al sole, arrivano a fornire circa 562 UI per 50 grammi, coprendo fino al 94% del fabbisogno giornaliero raccomandato. Anche i funghi portobello esposti a raggi UV possono raggiungere 568 UI per 50 grammi, mentre i funghi shiitake essiccati al sole forniscono circa 77 UI per 50 grammi, con valori che variano sensibilmente in base al metodo di essiccazione. Fra le varietà selvatiche italiane, chiodini, finferli e ovuli offrono apporti modesti ma costanti, e rappresentano un’alternativa preziosa per chi esclude la carne e il pesce dalla propria alimentazione.

Alimenti fortificati: un supporto supplementare

Nei paesi anglosassoni e nord-europei, la pratica di fortificazione degli alimenti con vitamina D è ampiamente diffusa e regolamentata, contribuendo significativamente alla copertura del fabbisogno poblazionale. In Italia questa abitudine è meno radicata, ma nel mercato sono disponibili latte e bevande vegetali addizionate, alcuni cereali da colazione, yogurt arricchiti e creme spalmabili vegetali che riportano in etichetta il contenuto di vitamina D. È consigliabile verificare sempre le etichette nutrizionali, poiché i livelli di addizione variano considerevolmente tra i prodotti. Questi alimenti possono rivelarsi particolarmente utili per i soggetti che seguono diete vegetariane o vegane, per gli anziani con ridotta esposizione solare, per le donne in gravidanza e per chi vive in contesti urbani con limitato accesso alla luce naturale.

Carenza: chi è a maggior rischio

La carenza di vitamina D è trasversale e riguarda fasce di popolazione apparentemente non a rischio. Fra i soggetti più vulnerabili figurano gli anziani, nei quali la sintesi cutanea si riduce fisiologicamente, le persone con carnagione scura, chi vive in zone con scarsa irradiazione solare o trascorre molte ore al chiuso, e chi soffre di malattie che compromettono l’assorbimento dei grassi, come il morbo di Crohn o la celiachia. I sintomi di una carenza prolungata includono stanchezza cronica, dolori muscolari e articolari, fragilità ossea progressiva e una maggiore suscettibilità alle infezioni. Il ricorso a integratori specifici può essere indicato su consiglio medico nei mesi invernali o in presenza di condizioni cliniche particolari, ma non dovrebbe sostituire una dieta varia e bilanciata, che rimane il pilastro fondamentale di qualsiasi strategia nutrizionale preventiva.