Vai al contenuto

Neuroscienziato ricoverato per epatite dopo una cena di sushi: i rischi di consumare pesce crudo!

Un giovane neuroscienziato ricoverato allo Spallanzani per epatite acuta dopo una cena di sushi. Gli accertamenti puntano sul mancato abbattimento del pesce crudo e sui rischi igienico-sanitari nella ristorazione.
18 Febbraio 2026, 11:53
Neuroscienziato ricoverato per epatite dopo una cena di sushi: i rischi di consumare pesce crudo!
Anelli di Zucchine
Seguici su YouTube!
Anelli di Zucchine

Il caso di un giovane neuroscienziato originario di Anagni, ricoverato d’urgenza all’ospedale Spallanzani di Roma per una grave epatite insorta dopo una cena a base di sushi, riporta l’attenzione sui rischi reali legati al consumo di pesce crudo e sull’importanza del rispetto rigoroso delle norme igienico-sanitarie nella ristorazione. La vicenda, divenuta virale sui social, vede protagonista Brandon Matteo Ascenzi, trentenne biologo e ricercatore, colpito da un’epatite acuta severa a una settimana di distanza da un pasto in un ristorante giapponese della capitale. I sintomi, inizialmente simili a una comune influenza stagionale con febbre moderata e stanchezza diffusa, sono evoluti rapidamente in una condizione allarmante, con comparsa di urine scure e un grave innalzamento degli indici epatici.

I valori delle transaminasi, arrivati a 3500 unità per litro contro un valore normale compreso tra 20 e 40, hanno imposto il trasferimento immediato presso l’Istituto Nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, centro di riferimento nazionale per le patologie a trasmissione virale e per le infezioni acute. Secondo quanto riferito, l’epatite presenterebbe caratteristiche compatibili con un’infezione alimentare, ma la conferma ufficiale del nesso causale tra il pasto e la malattia è ancora oggetto di indagine. Le autorità sanitarie della ASL di competenza hanno avviato controlli approfonditi, ricostruendo la catena alimentare e verificando il rispetto delle norme igieniche e delle procedure di abbattimento termico del pesce crudo utilizzato nel ristorante in questione.

Sull’episodio è intervenuto l’immunologo Mauro Minelli, docente di Nutrizione umana presso la Libera Università Mediterranea Lum, che ha illustrato le possibili cause di un’epatite insorta a seguito del consumo di alimenti crudi o poco trattati. Tra le ipotesi principali, Minelli ha indicato un’infezione virale da epatite A o E, virus a trasmissione oro-fecale che possono contaminare gli alimenti in assenza di corrette pratiche igieniche durante la manipolazione. In altri casi, meno frequenti ma documentati, si potrebbe trattare di una forma ectopica di anisakiasi, dove le larve del parassita Anisakis migrano oltre il tratto gastrointestinale, provocando infiammazione e, raramente, un coinvolgimento epatico. L’esperto ha inoltre richiamato l’attenzione su un possibile quadro allergico indotto dalla tropomiosina del parassita, che può scatenare reazioni anche in presenza di pesce correttamente abbattuto, pur non giustificando valori enzimatici così elevati.

In Italia, la somministrazione di pesce crudo o marinato è regolamentata da norme europee estremamente precise. Il Regolamento CE 853/2004 impone l’obbligo di sottoporre i prodotti ittici destinati al consumo crudo ad abbattimento termico, processo che consiste nel portare il pesce a una temperatura di almeno -20°C per un periodo non inferiore a 24 ore. Tale trattamento consente di disattivare larve e parassiti, come l’Anisakis, e ridurre la presenza di batteri o virus eventualmente presenti. Il mancato rispetto di questo obbligo costituisce una grave violazione sanitaria e può esporre a rischi concreti di infezione alimentare.

I patogeni più spesso associati al consumo di pesce crudo non correttamente trattato comprendono il Virus dell’Epatite A, capace di causare infiammazioni epatiche acute anche severe, e di veicolarsi attraverso pesce e molluschi contaminati lungo la filiera. L’infezione ha un periodo di incubazione prolungato, che può superare le due settimane, rendendo complessa l’identificazione del momento del contagio. Altri agenti responsabili di tossinfezioni comprendono l’Anisakis, le cui larve sono presenti in numerose specie di pesce di mare e possono dar luogo a dolori addominali intensi, nausea e reazioni allergiche, e i batteri marini come Vibrio parahaemolyticus, frequentemente associati a crostacei e molluschi crudi.

Anche microrganismi come Salmonella e Listeria monocytogenes possono trovare condizioni favorevoli di proliferazione in ambienti dove le procedure di conservazione e manipolazione non rispettano gli standard imposti dalla normativa. Questi batteri rappresentano un rischio particolare per persone immunocompromesse, donne in gravidanza e soggetti anziani, nei quali l’infezione può assumere caratteri più gravi. Infine, il Norovirus, tra le cause più comuni di gastroenteriti acute, si trasmette facilmente attraverso alimenti contaminati e può diffondersi rapidamente in contesti di ristorazione collettiva laddove non siano osservate rigide norme di igiene personale e ambientale.

La vicenda mette in luce un equivoco ancora diffuso tra i consumatori: la freschezza del pesce non coincide con la sicurezza microbiologica. Un prodotto può essere appena pescato, integro dal punto di vista organolettico e tuttavia contenere parassiti o microrganismi patogeni che solo l’abbattimento termico è in grado di neutralizzare. L’illusione che la qualità del ristorante o la visibilità della cucina costituiscano garanzia di sicurezza alimentare può dunque rivelarsi pericolosa, specialmente in presenza di prodotti ittici crudi o marinati serviti senza i dovuti controlli.

Le autorità sanitarie hanno precisato che il sistema di tracciabilità degli alimenti consente di risalire rapidamente all’origine del prodotto utilizzato e alle condizioni di conservazione, ma il controllo effettivo delle pratiche di abbattimento resta complesso, soprattutto in piccoli esercizi di ristorazione o in locali che non dispongono di abbattitori certificati. L’ASL che segue il caso ha disposto accertamenti anche presso i fornitori del ristorante e nei centri di distribuzione del pesce, per stabilire se la catena del freddo sia stata mantenuta e se gli operatori abbiano seguito le linee guida HACCP previste dalla normativa europea.

Secondo fonti mediche, il paziente è attualmente in condizioni stabili e sottoposto a monitoraggio costante presso lo Spallanzani. I medici attendono di individuare la precisa eziologia dell’epatite per poter confermare la correlazione con l’alimento incriminato. Al momento non si esclude nessuna ipotesi: virale, parassitaria o tossica. Qualora venisse accertata una carenza nelle pratiche di conservazione del pesce, scatterebbero sanzioni amministrative e procedimenti a carico del ristorante, con eventuale chiusura temporanea dell’attività a titolo cautelativo.

L’episodio rappresenta un importante campanello d’allarme per il settore della ristorazione e per i consumatori, richiamando l’attenzione sul rispetto delle misure di sicurezza alimentare e sulla necessità di diffondere una corretta informazione in merito ai rischi associati al consumo di prodotti crudi. L’abbattimento termico, previsto dalla legge non come scelta opzionale ma come requisito obbligatorio, costituisce l’unico strumento realmente efficace per prevenire infezioni e parassitosi di origine alimentare, garantendo che il piacere del sushi e di altre preparazioni a base di pesce crudo possa essere coniugato con la tutela della salute pubblica.