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Carne di cavallo, tra proposta di legge e tradizione gastronomica: l’Italia è pronta a vietarla?

Una proposta di legge bipartisan vuole vietare la macellazione degli equidi in Italia, aprendo un confronto tra sensibilità etica crescente e tradizioni gastronomiche regionali profondamente radicate.
18 Febbraio 2026, 11:41
Carne di cavallo, tra proposta di legge e tradizione gastronomica: l’Italia è pronta a vietarla?
Anelli di Zucchine
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Una proposta di legge bipartisan, incardinata nelle ultime settimane tanto alla Camera quanto al Senato, ha riacceso in Italia un dibattito che attraversa storia, cultura, gastronomia e sensibilità etica: vietare la macellazione di equidi e, di conseguenza, il consumo della loro carne. Il testo, siglato AC 48 e intitolato «Norme per la tutela degli equini e loro riconoscimento come animali di affezione», è stato presentato dalla deputata Michele Brambilla di Noi Moderati e sostenuto anche da Susanna Cherchi del Movimento Cinque Stelle e da Luna Zanella di Alleanza Verdi e Sinistra, con un disegno di legge analogo approdato al Senato. L’iniziativa punta a equiparare giuridicamente i cavalli, gli asini, i muli, i pony e i bardotti a cani e gatti, riconoscendoli come non destinati alla produzione alimentare (No Dpa), con sanzioni severissime per i trasgressori: reclusione da tre mesi a tre anni e multe amministrative che possono raggiungere i centomila euro.

La discussione parlamentare si inserisce in un contesto sociale già profondamente mutato. Secondo un report realizzato da Animal Equality in collaborazione con Ipsos e reso noto nel 2025, l’83% degli italiani dichiara di non consumare carne di cavallo, un dato che riflette un cambiamento culturale profondo e in accelerazione. Solo il 17% di chi mangia carne la consuma almeno una volta al mese, con una concentrazione territoriale in Lombardia e Puglia, le regioni dove la tradizione equina a tavola resta più radicata. Le motivazioni del rifiuto spaziano dal disinteresse personale all’empatia verso l’animale, percepito da un numero crescente di italiani come affine ai tradizionali animali da compagnia.

Eppure, guardando la storia culinaria della penisola, il quadro si rivela assai più complesso. La carne equina non è mai stata un alimento marginale o esotico nella tradizione italiana: rappresenta, al contrario, un patrimonio gastronomico profondamente radicato in numerose regioni, con preparazioni che affondano le radici in secoli di cucina povera e di recupero. In Veneto, il pastissà di caval è uno stufato cotto con vino rosso, cipolle e spezie che costituisce uno dei piatti più identitari di Verona, accompagnato dalla polenta e celebrato da una letteratura enogastronomica locale consolidata. Il carpaccio di carne cruda, condito con olio extravergine, limone e scaglie di parmigiano, è anch’esso una preparazione veneta di lunga tradizione. In Emilia-Romagna, il ragù di cavallo accompagna da generazioni la pasta fresca, con una ricchezza di sapore data dalla cottura lenta con soffritto, vino rosso e passata di pomodoro.

Scendendo verso Sud, la tradizione equina a tavola si fa ancora più intensa e identitaria. In Puglia e nel Salento, i pezzetti di cavallo alla pignata – cotti lentamente nel tipico tegame di terracotta con pomodori, vino rosso, peperoncino e alloro – rappresentano uno dei secondi più rappresentativi della cucina regionale, insieme alle braciole farcite con lardo e caciocavallo e cotte in salsa di pomodoro. In Sicilia, e in particolare a Catania, la carne equina ha assunto nel tempo i connotati di un vero e proprio rito gastronomico collettivo: le putìe dei quartieri storici, con le loro griglie fumanti e i panini con polpetta di cavallo, incarnano un’identità di strada che va ben oltre il semplice atto del nutrirsi. Il dato sulle macellazioni siciliane racconta però anche la trasformazione in atto: dai 4.600 capi abbattuti nel 2012 si è scesi ai 2.012 registrati a fine 2025, un calo verticale che fotografa il progressivo disaffezionamento anche in una delle sue roccaforti storiche.

A livello nazionale, l’Italia si trova in una posizione paradossale. Da un lato, è tra i primi Paesi in Europa per consumo di carne equina, con circa 17.000 equidi macellati nel 2024, e detiene il primato mondiale per volume di importazioni. Dall’altro, la domanda interna è in costante contrazione, alimentata da quel 59% di italiani che, secondo la Smart Protein Survey, dichiara di aver ridotto il consumo complessivo di carne per ragioni di salute (47%) e sostenibilità (26%). La filiera equina si trova dunque stretta tra un’eredità produttiva e commerciale ancora rilevante e una domanda che si assottiglia anno dopo anno, prima ancora che intervenga il legislatore.

La proposta di legge non ignora le ricadute economiche sugli operatori del settore. Il testo prevede lo stanziamento di un Fondo di riconversione da sei milioni di euro annui destinato agli allevatori, con l’obiettivo di accompagnare la trasformazione delle aziende verso attività alternative come i centri di recupero equino o il turismo equestre. Tuttavia, le organizzazioni di categoria e i rappresentanti delle filiere locali hanno già espresso riserve sull’adeguatezza di tali risorse, sottolineando come il settore impieghi operatori, macellai e trasformatori che difficilmente potranno riconvertirsi senza un sostegno più strutturato. Voci critiche, raccolte da media locali, parlano esplicitamente di «attacco diretto alle nostre filiere di qualità e alla tradizione gastronomica locale».

Il confronto con gli altri Paesi europei offre spunti rilevanti. La Grecia ha già introdotto il divieto di consumo della carne equina nel 2020, mentre nel mondo anglosassone – Regno Unito, Irlanda, Stati Uniti – mangiare carne di cavallo è da decenni un tabù culturale di fatto, privo però di basi normative specifiche. In Francia e in Belgio, invece, la tradizione della boucherie chevaline rimane viva e legalmente protetta, a dimostrazione di come non esista un unico modello europeo in materia. La questione italiana si intreccia quindi con un più ampio dibattito continentale sull’identità alimentare, sul benessere animale e sui limiti entro i quali la legislazione può o deve intervenire sulle abitudini gastronomiche consolidate.

Il nodo centrale, al di là delle posizioni politiche, rimane quello della tutela del patrimonio gastronomico come valore collettivo. L’Italia ha costruito negli ultimi decenni un sistema di protezione delle proprie eccellenze alimentari – denominazioni di origine, indicazioni geografiche, presidi Slow Food – che riconosce esplicitamente il legame indissolubile tra territorio, storia e prodotto. Alcune preparazioni a base di carne equina, come la bresaola di cavallo valtellinese o le salsicce di asino della tradizione veneta, si collocano pienamente in questo perimetro identitario. La domanda che il Parlamento italiano si trova ora a dover affrontare, in modo diretto o implicito, è se la progressiva marginalizzazione di un alimento nella dieta collettiva sia sufficiente a giustificarne la cancellazione legislativa, o se al contrario esista un interesse pubblico alla conservazione di tradizioni gastronomiche minoritarie, analogamente a quanto avviene per dialetti, arti e mestieri artigianali considerati patrimonio immateriale della nazione.