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L’Italia Spreca Troppo Cibo: 7,3 Miliardi di Euro Nella Spazzatura

Lo spreco alimentare in Italia cala ma resta critico: 14,1 miliardi persi lungo la filiera, di cui 8,2 miliardi solo nelle case. Sud più sprecone, obiettivo ONU 2030 ancora lontano.
3 Febbraio 2026, 12:13
L’Italia Spreca Troppo Cibo: 7,3 Miliardi di Euro Nella Spazzatura
Anelli di Zucchine
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Lo spreco alimentare in Italia mostra segnali di miglioramento ma la strada verso gli obiettivi di sostenibilità fissati dalle Nazioni Unite appare ancora lunga e complessa. Secondo i dati più recenti diffusi dall’Osservatorio Waste Watcher International dell’Università di Bologna in collaborazione con Ipsos, il fenomeno continua a generare una perdita economica considerevole lungo l’intera filiera agroalimentare nazionale, dal campo alla tavola dei consumatori.

L’ultima rilevazione condotta nel settembre 2025, in occasione della sesta Giornata Internazionale della Consapevolezza delle Perdite e degli Sprechi Alimentari istituita dalle Nazioni Unite, ha registrato un valore complessivo dello spreco alimentare pari a 14,101 miliardi di euro considerando l’intera catena di produzione e distribuzione. Questa cifra rappresenta lo 0,88 per cento del prodotto interno lordo nazionale e si compone di diverse voci distribuite tra i vari segmenti della filiera agroalimentare italiana.

La ripartizione economica dello spreco evidenzia come la componente domestica rappresenti la quota più rilevante del fenomeno. Lo spreco alimentare nelle case degli italiani vale 8,242 miliardi di euro, corrispondente al 58,55 per cento del totale complessivo. Questo dato sottolinea come il comportamento dei consumatori finali costituisca il nodo più critico dell’intera catena dello spreco, con 1,905 milioni di tonnellate di cibo gettato annualmente nei bidoni della spazzatura domestici. Il settore della distribuzione commerciale contribuisce con 4,015 miliardi di euro, rappresentando il 28,5 per cento dello spreco totale, mentre l’industria alimentare genera perdite per 854,6 milioni di euro, pari al 6,1 per cento. Il settore agricolo, con le perdite in campo durante la raccolta e le fasi post-raccolta, aggiunge ulteriori 988,9 milioni di euro, corrispondenti al sette per cento del valore complessivo dello spreco di filiera.

Nonostante i numeri ancora elevati, l’analisi dei dati più recenti mostra un’inversione di tendenza positiva rispetto agli anni precedenti. Le rilevazioni condotte nell’agosto 2025 hanno registrato uno spreco settimanale medio pro capite di 555,8 grammi, in calo significativo rispetto ai 683 grammi del medesimo periodo del 2024 e ai 650 grammi registrati nel 2015. Questa riduzione di circa 95 grammi settimanali rispetto al decennio precedente indica una crescente consapevolezza tra i cittadini italiani, sebbene il traguardo fissato dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite appaia ancora distante. L’obiettivo 12.3 prevede infatti di dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030, portando il dato settimanale pro capite a 369,7 grammi, valore che richiederebbe una riduzione di ulteriori 186 grammi rispetto ai livelli attuali.

La geografia dello spreco alimentare domestico rivela marcate differenze territoriali all’interno del Paese. L’Italia meridionale si conferma l’area più critica, con una media settimanale di 628,6 grammi di cibo buttato per persona, dato superiore del 13 per cento rispetto alla media nazionale. Il Nord Italia registra performance migliori con 515,2 grammi settimanali, equivalenti a un sette per cento in meno rispetto alla media. La zona più virtuosa risulta essere il Centro Italia, con 490,6 grammi a settimana, corrispondenti a una riduzione del 12 per cento rispetto al valore medio nazionale. Queste disparità geografiche riflettono non soltanto comportamenti individuali diversificati ma anche differenti stili di consumo, abitudini familiari consolidate e contesti socioculturali specifici che caratterizzano le diverse aree del territorio nazionale.

La composizione merceologica dello spreco domestico evidenzia come i prodotti freschi e facilmente deperibili costituiscano la quota preponderante del cibo gettato. La frutta fresca guida la classifica degli alimenti più sprecati con 22,9 grammi settimanali pro capite, seguita dalle verdure fresche con 21,5 grammi e dal pane fresco con 19,5 grammi. L’insalata contribuisce con 18,4 grammi settimanali, mentre cipolle, aglio e tuberi aggiungono ulteriori 16,9 grammi. Questa graduatoria sottolinea come gli alimenti cardine della dieta mediterranea, prodotti caratterizzati da elevato valore nutrizionale ma ridotta shelf life, rappresentino la sfida più complessa per la gestione domestica del cibo e richiedano maggiore attenzione nella pianificazione degli acquisti e nella conservazione.

L’analisi del fenomeno evidenzia differenze significative anche dal punto di vista sociodemografico. Le famiglie con figli risultano più virtuose, riducendo lo spreco del 17 per cento rispetto alla media nazionale, mentre le famiglie senza figli registrano un incremento del 14 per cento. I grandi comuni urbani mostrano comportamenti più attenti con una riduzione del nove per cento dello spreco, contrariamente ai comuni di medie dimensioni che superano la media del 16 per cento. Dal punto di vista socioeconomico, il ceto popolare registra un incremento dello spreco del 26 per cento rispetto alla media, mentre il ceto medio mostra una riduzione del 12 per cento, evidenziando come le difficoltà economiche possano paradossalmente associarsi a una minore capacità di gestione ottimale delle risorse alimentari.

Le cause dello spreco alimentare domestico sono molteplici e interconnesse. Il 42 per cento degli italiani intervistati identifica come principale motivazione la rapida deteriorabilità di frutta e verdura conservate in frigorifero, mentre il 37 per cento lamenta di acquistare prodotti già poco freschi al momento dell’acquisto. Un ulteriore 37 per cento degli intervistati ammette di dimenticare gli alimenti in frigorifero o nella dispensa lasciandoli deteriorare, evidenziando carenze nella pianificazione e nella gestione delle scorte domestiche. Il 31 per cento dichiara di effettuare acquisti eccessivi spinti dal timore di restare senza scorte, mentre il 29 per cento attribuisce lo spreco alle offerte promozionali che inducono ad acquistare quantità superiori al necessario.

L’insicurezza alimentare rappresenta un aspetto paradossale dello spreco. L’indice FIES, sviluppato dalla FAO per misurare il livello di accesso delle persone al cibo adeguato e nutriente, ha registrato nel gennaio 2025 un valore di 13,95 per cento, in aumento rispetto al 10,27 per cento rilevato nel gennaio 2024. Questo incremento del 35,8 per cento indica che una quota crescente di popolazione italiana sperimenta difficoltà nell’accesso a cibo sano e nutriente, situazione che appare ancora più grave considerando che contemporaneamente milioni di tonnellate di alimenti perfettamente commestibili vengono gettati nella spazzatura. Le aree geografiche che registrano i più elevati livelli di spreco sono anche quelle dove l’insicurezza alimentare risulta più marcata, con il Sud e il Centro Italia che mostrano valori superiori del 17 e 15 per cento rispetto alla media nazionale.

L’evoluzione temporale dello spreco mostra andamenti non lineari. Dopo il miglioramento registrato tra il 2022 e il 2023, quando lo spreco settimanale pro capite era sceso a 524,1 grammi, il dato del gennaio 2024 aveva segnato un preoccupante aumento dell’8,05 per cento, portando il valore a 566,3 grammi settimanali. Il dato di febbraio 2025 aveva evidenziato un ulteriore incremento, con lo spreco settimanale salito a 617,9 grammi, corrispondente a oltre 32 chilogrammi annui per persona e a un costo individuale di 139,71 euro. La successiva rilevazione di agosto 2024 aveva raggiunto il picco di 683,3 grammi settimanali, segnando un incremento del 45,6 per cento rispetto all’agosto 2023, prima della successiva riduzione registrata nell’autunno 2025.

Questo andamento altalenante riflette l’influenza di molteplici fattori economici e sociali. L’inflazione alimentare, che nell’estate 2025 ha raggiunto il 3,7 per cento secondo i dati dell’Osservatorio Waste Watcher e il 3,8 per cento ad agosto secondo le rilevazioni Istat, ha spinto le famiglie verso acquisti più ponderati e una maggiore attenzione alla prevenzione degli sprechi. Tuttavia, il contesto economico complesso caratterizzato da retribuzioni stagnanti, aumento generalizzato del costo della vita e instabilità geopolitiche dovute ai conflitti in aree strategiche per la produzione di materie prime ha creato condizioni intricate che hanno influenzato negativamente le abitudini di acquisto e consumo degli italiani.

Il confronto internazionale colloca l’Italia in una posizione intermedia ma comunque critica rispetto agli altri Paesi europei. Con 8,2 milioni di tonnellate di cibo sprecato e perso lungo l’intera filiera, l’Italia si posiziona al terzo posto in Europa dopo Germania, che registra 10,8 milioni di tonnellate, e Francia con 9,5 milioni. Questi tre Paesi rappresentano complessivamente il 47 per cento degli sprechi alimentari totali dell’Unione Europea. Analizzando i valori pro capite, l’Italia registra 139 chilogrammi per persona all’anno sommando tutte le fasi della filiera, posizionandosi all’undicesimo posto della classifica europea ma comunque al di sopra della media comunitaria. I dati sullo spreco settimanale domestico confermano questa posizione intermedia, con la Germania che registra 512,9 grammi, la Francia 459,9 grammi, la Spagna 446,5 grammi e i Paesi Bassi 469,5 grammi, tutti valori inferiori ai 555,8 grammi italiani.

Le strategie di prevenzione e riduzione dello spreco adottate dalle famiglie italiane mostrano livelli differenziati di diffusione. Il 60 per cento dei consumatori dichiara di consumare prioritariamente il cibo più deperibile, mentre un’analoga percentuale afferma di congelare gli alimenti che non possono essere consumati a breve termine. Il 56 per cento sostiene di controllare se un alimento appena scaduto sia ancora in buono stato prima di gettarlo, mentre il 47 per cento dichiara di acquistare esclusivamente frutta e verdura di stagione. Il 43 per cento afferma di compilare la lista della spesa attenendovisi rigorosamente e un’identica percentuale sostiene di valutare attentamente le quantità prima di cucinare. Tra i comportamenti meno diffusi emergono la donazione a parenti o vicini del cibo cucinato in eccesso, praticata soltanto dall’11 per cento degli intervistati, e l’acquisto di grandi quantità di pesce, carne e verdura da porzionare e surgelare, adottato dal 18 per cento.

Le principali difficoltà nell’adozione di comportamenti antispreco riguardano prevalentemente aspetti comportamentali e culturali. Il 33 per cento degli intervistati dichiara semplicemente di non pensarci e dimenticarsene, mentre il 23 per cento sostiene che le pratiche antispreco richiedano troppo tempo. Il 12 per cento afferma di non sapere come fare, evidenziando un deficit informativo e formativo, mentre l’11 per cento ritiene che le strategie antispreco siano troppo costose. Un ulteriore 11 per cento le considera troppo faticose e il dieci per cento si scoraggia ritenendo che il proprio contributo individuale non farebbe alcuna differenza sul problema complessivo.

Il settore della ristorazione e della distribuzione commerciale mostra livelli di attenzione differenziati alla problematica dello spreco. Secondo le percezioni dei consumatori intervistati, il 52 per cento ritiene che i negozi alimentari e le botteghe siano molto o abbastanza attenti nella lotta allo spreco, mentre un’identica percentuale attribuisce lo stesso livello di attenzione ai supermercati. Tuttavia, soltanto il sette per cento considera questi operatori come molto attenti. Per quanto riguarda i ristoranti, il 39 per cento degli intervistati dichiara che il locale non propone mai di portare a casa il cibo avanzato, mentre il 44 per cento afferma che ciò avviene qualche volta. Soltanto il tre per cento sostiene che il ristorante propone sempre questa possibilità. Quando i clienti richiedono di portare a casa gli avanzi, il 54 per cento dei locali ritira il cibo e lo inserisce in appositi contenitori, mentre il 40 per cento fornisce i contenitori lasciando al cliente l’incombenza.

L’impatto ambientale dello spreco alimentare si aggiunge alle conseguenze economiche e sociali. Le stime indicano che tra l’otto e il dieci per cento delle emissioni globali di gas serra sono associate al cibo prodotto ma non consumato. Ogni alimento gettato rappresenta non soltanto uno spreco del prodotto finale ma anche delle risorse idriche ed energetiche utilizzate nelle fasi di produzione, trasformazione, trasporto e conservazione. A livello globale, oltre 1,5 miliardi di tonnellate di cibo vengono sprecate annualmente, pari a circa un terzo della produzione alimentare mondiale, mentre recenti studi che includono anche le perdite in campo riportano valori ancora più elevati, fino a 2,5 miliardi di tonnellate corrispondenti al 40 per cento della produzione totale.

Le conseguenze sociali dello spreco alimentare appaiono particolarmente evidenti nel contrasto con la persistente povertà alimentare. Mentre vengono dissipati 3,5 miliardi di pasti al giorno a livello globale, 673 milioni di persone soffrono la fame e 2,3 miliardi vivono in condizioni di insicurezza alimentare. In Italia, i 1,7 milioni di tonnellate di alimenti sprecati annualmente nelle case corrispondono a 3,4 miliardi di pasti da 500 grammi, quantità sufficiente per sfamare più di tre milioni di italiani che versano in condizioni di povertà alimentare, stimati complessivamente in 5,7 milioni di persone, pari al dieci per cento della popolazione nazionale.

La politica europea ha recentemente introdotto obiettivi vincolanti attraverso la revisione della Waste Framework Directive, che prevede una riduzione del dieci per cento dello spreco nell’industria alimentare e del 30 per cento nei consumi finali, includendo famiglie e ristorazione, entro il 2030. Tuttavia, rispetto alle prime stime globali della FAO del 2011 che indicavano 1,3 miliardi di tonnellate di spreco, gli studi più recenti evidenziano come la consapevolezza e gli sforzi aumentati non abbiano prodotto una riduzione effettiva del fenomeno a livello mondiale, suggerendo la necessità di interventi più incisivi e strutturali.

L’Osservatorio Waste Watcher sottolinea come ogni piccola azione conti nella riduzione dello spreco. Secondo le proiezioni, per centrare l’obiettivo ONU 2030 ogni cittadino italiano dovrebbe ridurre lo spreco pro capite di 13 chilogrammi annui entro la fine del 2029, corrispondenti a una diminuzione di circa 50 grammi settimanali rispetto ai livelli attuali. Un gesto apparentemente modesto che, ripetuto su scala nazionale, produrrebbe un impatto economico, ambientale e sociale enorme, liberando risorse economiche pari a diversi miliardi di euro che potrebbero essere destinate ad altri scopi, dalla costruzione di ospedali e scuole al sostegno delle fasce più vulnerabili della popolazione.