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Il 70% dei Tartufi delle Fiere di Alba Proviene dall’Estero

Un'inchiesta di Report ha sollevato dubbi sulla provenienza del tartufo venduto ad Alba, rivelando zone d'ombra nella tracciabilità del prodotto più pregiato d'Italia.
3 Febbraio 2026, 12:29
Il 70% dei Tartufi delle Fiere di Alba Proviene dall’Estero
Anelli di Zucchine
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La trasmissione Report, andata in onda il primo febbraio 2026 su Rai Tre, ha acceso un confronto acceso e non privo di tensioni tra cavatori, commercianti, istituzioni e consumatori sul tema della provenienza del tartufo bianco d’Alba. L’inchiesta, intitolata Truffle Land e condotta dalla giornalista Lucina Paternesi, ha rivelato che una percentuale significativa dei tartufi venduti durante le fiere di Alba non proviene dal territorio piemontese, ma da altre regioni italiane e da paesi dell’Est Europa.

Il servizio ha portato alla luce un fenomeno che, secondo alcuni operatori del settore, riguarda circa il settanta per cento del prodotto che circola in Piemonte durante le fiere. Il presidente di un’associazione di cavatori piemontesi, intervistato in forma anonima dalla trasmissione, ha dichiarato senza mezzi termini che non si sbaglia affermando che il settanta per cento dei tartufi che circolano in Piemonte durante le fiere proviene da altre regioni o dall’estero. Un operatore anonimo ha rivelato davanti alle telecamere l’esistenza di un sistema che permette di aggirare i controlli sulla tracciabilità: alcune aziende agricole affittano tartufaie e si autofatturano il prodotto che acquistano, consentendo così che tutto il tartufo che arriva da fuori possa essere dichiarato come proveniente da quella tartufaia.

Il nodo centrale della questione riguarda la provenienza dei tartufi che finiscono sulle tavole dei ristoranti e sui banchi delle fiere. In Italia sono nove le specie di tartufo commercializzabili, ma è il bianco pregiato, il Tuber magnatum Pico, a catalizzare l’attenzione e i prezzi più elevati, che nel 2024 hanno superato i tremilaquattrocento euro al chilogrammo secondo il borsino del tartufo di Alba. La domanda continua a crescere mentre l’offerta diminuisce progressivamente a causa dei cambiamenti climatici: le tartufaie naturali soffrono la siccità, le stagioni sono sempre più irregolari e le quantità raccolte calano sensibilmente anno dopo anno.

In questo contesto, la normativa che impone di indicare l’area geografica di raccolta dovrebbe tutelare consumatori e produttori, ma secondo quanto emerge nel servizio di Report, aggirare le regole non sarebbe particolarmente difficile. Tartufi provenienti dall’Est Europa, in particolare da Bulgaria, Romania, Serbia e Croazia, potrebbero entrare nel circuito italiano e, attraverso passaggi amministrativi poco trasparenti, arrivare sul mercato come prodotto nazionale. Alcuni commercianti ammettono la provenienza estera senza problemi, ma molti altri operatori preferiscono mantenere il riserbo su questo aspetto delicato del commercio.

Alba, capitale mondiale del tartufo, rappresenta non solo una vetrina gastronomica ma un indotto economico rilevante per l’intero territorio delle Langhe, del Roero e del Monferrato. La novantatreesima edizione della Fiera internazionale del tartufo bianco d’Alba del 2023 ha attratto visitatori da più di settanta paesi, con un settanta per cento di stranieri che hanno scelto le esperienze proposte dalla manifestazione, sfiorando i novantamila ingressi al mercato mondiale. Tra i paesi che hanno fatto registrare presenze importanti, oltre al turismo di prossimità da Svizzera, Germania e Francia, a fare la parte del leone sono stati gli Stati Uniti, con presenze significative anche da Corea del Sud, Giappone, Hong Kong, Taiwan, Australia, Brasile e Repubblica Sudafricana.

Gli operatori del settore intervistati dalla trasmissione in forma anonima hanno descritto un sistema che fatica a reggere la pressione del mercato globale e in cui essere presenti diventa fondamentale, anche quando il prodotto scarseggia. Un cavatore ha spiegato che i tartufi fino a qualche anno fa si andavano a prendere direttamente all’estero, con due o tre viaggi durante la stagione. Successivamente le legislazioni si sono fatte più stringenti e alle dogane hanno cominciato a controllare sistematicamente: chi ha regolare fattura paga e passa, ma il problema è che quando il tartufo arriva in Italia con tutta la documentazione ufficiale non può più essere spacciato per prodotto nostrano.

Adesso i tartufi arrivano in Italia attraverso un sistema diverso: attraversano la frontiera, dove evidentemente i controlli non sono sistematici, e una volta in territorio italiano passano da un furgone all’altro. A questo punto sono in Italia e chi li ha acquistati può dichiarare ciò che vuole. Così, ciò che è stato raccolto nei Balcani o nell’Est Europa può essere dichiarato come tartufo bianco di Alba. I volumi e la richiesta del mercato sono tali che il fenomeno, stando a chi lo vive in prima persona, è tutt’altro che marginale.

Alcuni operatori del settore hanno confermato che i tartufi arrivano da dove ne hanno in abbondanza: Abruzzo, Basilicata, ma soprattutto Slovenia, Serbia, Romania e Turchia, dove il freddo arriva prima rispetto al Piemonte. Se si vuole avere quintali di tartufo in autunno in Piemonte, non esiste altra scelta che farlo arrivare da fuori. La Bulgaria è particolarmente ricca di tartufo grazie alle vaste foreste incontaminate sparse per il territorio nazionale, tanto da esportare centinaia di tonnellate di tartufo ogni anno in tutta Europa. Il tartufo in Bulgaria cresce in buone quantità ma è largamente sottovalutato dalla cucina locale, le cui tradizioni culinarie non prevedono l’utilizzo di questo prodotto nelle ricette tipiche. Per questo il tartufo bulgaro viene venduto soprattutto all’estero, specialmente nel territorio italiano, dove c’è una grande richiesta e, in molte regioni, una scarsa disponibilità.

La risposta delle istituzioni locali non si è fatta attendere. Mauro Carbone, direttore del Centro Nazionale Studi Tartufo con sede ad Alba, ha dichiarato che alla Fiera di Alba si comprano i tartufi migliori, perché sono meticolosamente selezionati e garantiti da una commissione di giudici di analisi sensoriale. Carbone ha precisato che sono più di vent’anni che nessuno ad Alba fa promozione sostenendo che il tartufo bianco d’Alba è stato raccolto proprio ad Alba, sottolineando che più della provenienza contano la qualità e la soddisfazione del consumatore. L’organizzazione della Fiera applica un severo e rigoroso protocollo di selezione dei prodotti freschi in vendita: ogni anno il Comune di Alba nomina una Commissione Qualità composta da esperti che redigono un regolamento a cui tutti i venditori presenti in Fiera devono attenersi scrupolosamente. Ogni giorno, prima dell’apertura del Mercato, i venditori sono tenuti a presentare i loro prodotti alla Commissione, i cui membri eseguono un’accurata analisi sensoriale, selezionando i prodotti più adatti alla vendita, che vengono contati, pesati e tracciati.

Antonio Degiacomi, presidente del Centro Studi Tartufo, ha aggiunto che se si rispetta la legge esiste una tracciabilità fiscale: il raccoglitore deve rilasciare ricevuta e così il tartuficoltore e il commerciante. Tuttavia, ha ammesso che è evidente come la stretta correlazione tra tartufaia e prodotto sia complicata, in quanto si tratta di un prodotto naturale spontaneo soggetto a molteplici variabili e alla libera raccolta. Degiacomi ha evidenziato che la questione fondamentale non emersa adeguatamente nel servizio riguarda l’importanza di politiche e azioni volte allo sviluppo della tartuficoltura e alla salvaguardia e all’incremento delle tartufaie naturali, che rappresentano il vero problema in un Paese come l’Italia dove la richiesta di tartufi è maggiore dell’offerta.

Il servizio ha chiamato in causa anche le istituzioni regionali. La Regione Piemonte, che sul tartufo ha costruito negli anni una strategia di promozione internazionale, ha recentemente portato il prodotto e la sua filiera all’Expo 2025 di Osaka. Una vetrina importante che, secondo Report, rende ancora più urgente il tema della trasparenza, soprattutto quando politica, promozione e interessi economici rischiano di intrecciarsi. Fabio Carosso, ex sindaco di Coazzolo e consigliere regionale, nella passata legislatura vicepresidente della Regione con delega alla Tartuficoltura, è stato accusato di aver preso parte alla missione promozionale del Piemonte all’Expo di Osaka nonostante abbia nel frattempo fondato una società di commercializzazione di tartufi aperta a Cortazzone, nell’Astigiano, insieme al collega consigliere Fabrizio Ricca.

Il settore italiano del tartufo, valutato complessivamente in circa duecento milioni di euro, mostra segnali contrastanti. Mentre le importazioni sono aumentate del venti virgola cinque per cento rispetto al 2022, toccando i centodue virgola sette milioni di dollari, le esportazioni hanno registrato una flessione del nove per cento. Le regioni Umbria e Marche dominano il panorama produttivo nazionale, rappresentando il cinquantuno per cento della superficie tartufigena italiana. Il settore sta attraversando una fase di modernizzazione, con un significativo aumento delle vendite online e una crescente popolarità dei prodotti trasformati, come oli e salse al tartufo, ma deve affrontare sfide importanti legate ai cambiamenti climatici, alla regolamentazione della raccolta e alla crescente concorrenza internazionale.

La normativa italiana in materia di tartufi è disciplinata dalla legge 752 del 1985, che detta le norme quadro cui devono fare riferimento le Regioni per la raccolta, la coltivazione e il commercio dei tartufi freschi o conservati destinati al consumo. La legge stabilisce che in Italia sono nove le specie di tartufo commercializzabili e che i tartufi destinati al consumo da freschi devono appartenere a uno di questi generi e specie, rimanendo vietato il commercio di qualsiasi altro tipo. Tra le attività tassativamente vietate dalla normativa figurano la raccolta di tartufi immaturi, l’obbligo di riempire le buche precedentemente aperte per la raccolta e il divieto di ricerca e raccolta durante le ore notturne da un’ora dopo il tramonto a un’ora prima dell’alba.

La tracciabilità del prodotto tartufo rimane tuttavia problematica. Non è eticamente deprecabile né illegale acquistare tartufo proveniente dalla Bulgaria o da altri paesi dell’Est Europa, ma solo se di provenienza garantita e con una maggiore consapevolezza, senza ingannare i consumatori italiani spacciandolo per tartufo nostrano. Il vero pericolo è la vendita illegale di tartufo straniero spacciato come tartufo italiano, pratica che danneggia sia i consumatori che i produttori onesti e mina la reputazione di un settore che rappresenta una risorsa economica e occupazionale per numerose aree svantaggiate del territorio nazionale.

Quel che è certo è che il servizio di Report ha scoperchiato un vaso delicato, riportando al centro del dibattito una domanda semplice ma fondamentale: da dove arriva davvero il tartufo che si compra. Una domanda che riguarda non solo Alba, ma l’intero sistema agroalimentare italiano, chiamato a conciliare tradizione, tutela ambientale e un mercato sempre più affamato di eccellenze. La questione della provenienza del tartufo bianco d’Alba solleva interrogativi più ampi sulla capacità del sistema italiano di garantire la tracciabilità e l’autenticità dei prodotti di eccellenza in un mercato globalizzato, dove la pressione della domanda e la scarsità dell’offerta possono creare incentivi per pratiche commerciali poco trasparenti che alla lunga danneggiano la reputazione di uno dei simboli più preziosi della gastronomia italiana.