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Spugne da cucina, lo studio: superficie contaminata, peggio solo le feci

Uno studio dell’Università di Furtwangen pubblicato su Scientific Reports rileva nelle spugne da cucina densità batteriche paragonabili a quelle fecali, evidenziando l’inefficacia delle comuni pratiche di disinfezione.
15 Luglio 2026, 11:01
Spugne da cucina, lo studio: superficie contaminata, peggio solo le feci

La spugna utilizzata quotidianamente per lavare le stoviglie rappresenta, secondo un’indagine scientifica pubblicata sulla rivista Scientific Reports, uno degli oggetti domestici più densamente colonizzati da microrganismi che sia mai stato analizzato in laboratorio. Il lavoro, condotto da un gruppo di ricercatori tedeschi dell’Università di Furtwangen, ha sottoposto quattordici spugne effettivamente utilizzate in altrettante cucine private a un sequenziamento genetico completo del materiale batterico presente sulla loro superficie, giungendo a una mappatura dettagliata di popolazioni microbiche la cui entità supera quella riscontrata in numerosi altri ambienti considerati critici dal punto di vista igienico.

Il tema della contaminazione microbica degli utensili da cucina non rappresenta una novità assoluta nel panorama della ricerca scientifica, ma lo studio condotto dal team tedesco si distingue per il livello di dettaglio raggiunto grazie all’impiego di tecniche di sequenziamento genetico di nuova generazione, in grado di identificare non soltanto la presenza di singole specie batteriche ma anche la loro abbondanza relativa all’interno dell’ecosistema microbico della spugna. Un approccio che, secondo quanto sottolineato dagli stessi autori, ha permesso di superare i limiti delle metodologie colturali tradizionali, spesso incapaci di rilevare la piena diversità delle comunità microbiche presenti su superfici umide e porose come quelle delle spugne.

Una densità microbica senza precedenti

I dati raccolti dal team di ricerca indicano che un singolo centimetro cubo di spugna da cucina può ospitare fino a 5,4 x 10 alla decima unità formanti colonia, un valore che, secondo quanto riportato dagli autori dello studio, risulta paragonabile soltanto a quello osservato nei campioni fecali, comunemente utilizzati come riferimento per le concentrazioni batteriche più elevate riscontrabili in natura. Tale densità, spiegano i ricercatori, deriva dalla combinazione di condizioni ambientali particolarmente favorevoli alla proliferazione microbica: umidità costante, presenza di residui organici provenienti dagli alimenti e temperatura ambiente, fattori che insieme trasformano la struttura porosa della spugna in un habitat ideale per la crescita e la stratificazione di colonie batteriche complesse.

Moraxella osloensis e gli altri microrganismi identificati

Tra le specie individuate con maggiore frequenza figura la Moraxella osloensis, un batterio comunemente associato a infezioni opportunistiche nei soggetti immunocompromessi e ritenuto responsabile, secondo la letteratura microbiologica, del caratteristico odore sgradevole che si sviluppa sui tessuti lasciati asciugare in modo incompleto, incluse le spugne stesse. Lo studio ha inoltre rilevato la presenza di microrganismi geneticamente affini a batteri patogeni noti per essere coinvolti in quadri clinici di meningite e polmonite, sebbene i ricercatori abbiano precisato che la sola presenza genetica non equivalga automaticamente a un rischio infettivo diretto per i soggetti sani, ma richieda comunque un’attenzione particolare nella gestione dell’igiene domestica, soprattutto in presenza di persone fragili dal punto di vista immunitario.

Il paradosso della disinfezione domestica

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalla ricerca riguarda l’efficacia reale delle pratiche di pulizia comunemente adottate per igienizzare le spugne, quali l’immersione in acqua bollente o l’esposizione a cicli di microonde. Contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, le spugne sottoposte regolarmente a questi trattamenti sono risultate, nell’analisi genetica, portatrici di una carica batterica non inferiore, e in alcuni casi superiore, rispetto a quelle non disinfettate. Gli autori dello studio attribuiscono questo fenomeno a un meccanismo di selezione naturale simile a quello osservato nella flora intestinale dopo l’assunzione di terapie antibiotiche: i trattamenti termici o chimici eliminerebbero prevalentemente le specie batteriche più sensibili, lasciando spazio a una ricolonizzazione da parte dei ceppi più resistenti, tra cui proprio la Moraxella osloensis, che risulterebbero quindi proporzionalmente più rappresentati dopo ogni ciclo di pulizia.

Le implicazioni per l’igiene alimentare

La questione assume particolare rilevanza se si considera il ruolo che la spugna da cucina svolge nella catena di contatto tra superfici, stoviglie e alimenti. Il rischio di contaminazione crociata, già oggetto di studi precedenti condotti da diversi istituti di ricerca internazionali, si configura come una delle principali vie di trasmissione di microrganismi patogeni all’interno dell’ambiente domestico, in particolare quando la spugna viene utilizzata per pulire superfici destinate alla preparazione di alimenti crudi, come carne o pesce, per poi essere reimpiegata su altre superfici o utensili senza un’adeguata sanificazione intermedia. Le autorità sanitarie internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, includono da tempo la corretta gestione degli strumenti di pulizia domestica tra le misure di prevenzione delle tossinfezioni alimentari, sottolineando come la contaminazione crociata rappresenti una causa frequente, seppur spesso sottovalutata, di episodi di malattia trasmessa da alimenti.

Le indicazioni emerse dallo studio

Sulla base dei risultati ottenuti, i ricercatori dell’Università di Furtwangen indicano nella sostituzione periodica della spugna, con una cadenza indicativa settimanale, la misura più efficace per contenere la proliferazione microbica, ritenendo le pratiche di disinfezione domestica insufficienti a garantire un livello di igiene adeguato nel medio periodo. Lo studio, pur non fornendo indicazioni cliniche dirette e pur riferendosi a un campione limitato di quattordici esemplari, ha comunque attirato l’attenzione della comunità scientifica internazionale per l’ampiezza dell’analisi genetica condotta, che ha permesso di catalogare con precisione inedita la composizione microbica di un oggetto di uso quotidiano finora poco indagato dal punto di vista microbiologico. I risultati, pubblicati in accesso aperto, restano disponibili per ulteriori approfondimenti da parte di altri gruppi di ricerca interessati ad approfondire il tema della contaminazione microbica negli ambienti domestici e le relative implicazioni per la salute pubblica.

Un campione limitato ma indicativo

I ricercatori hanno precisato che il campione analizzato, composto da quattordici spugne provenienti da altrettante abitazioni private, non consente di formulare generalizzazioni statistiche definitive sull’intera popolazione di questi oggetti a livello globale, ma fornisce comunque un’indicazione coerente con quanto osservato in altre indagini condotte in precedenza su scala più ridotta. La varietà delle abitudini domestiche riscontrate tra i partecipanti allo studio, che comprendevano differenti frequenze di utilizzo, modalità di conservazione e pratiche di pulizia, ha permesso inoltre di verificare come la composizione microbica delle spugne tendesse a convergere verso profili simili indipendentemente dal trattamento ricevuto, un elemento che rafforza, secondo gli autori, l’ipotesi di un equilibrio microbico stabile e resistente agli interventi di sanificazione più comuni.