AttualitàIl kaymak: la delizia Turca da scoprire a colazioneIl kaymak è un latticino cremoso con il 60% di grassi, protagonista della colazione turca tradizionale: dalle steppe dell’Asia centrale alle tavole dei sultani ottomani, fino all’Arca del Gusto di Slow Food.Andrea Bosetti • 4 Maggio 2026, 12:11Nel pantheon della gastronomia ottomana e di quella turca contemporanea, pochi prodotti incarnano con la stessa intensità il concetto di lusso quotidiano quanto il kaymak: un latticino cremoso, denso, dalla percentuale di grassi che si attesta intorno al 60%, la cui storia attraversa millenni di civiltà nomadi, corti imperiali e tradizioni contadine ancora vive nell’Anatolia del ventunesimo secolo.Simile nella consistenza alla clotted cream inglese, il kaymak è un prodotto caseario ottenuto dalla bollitura lenta del latte intero, tipicamente di bufala o di vacca, ed è componente imprescindibile del kahvalti, la colazione turca tradizionale il cui nome significa letteralmente “prima del caffè”, dato che i turchi non consumano caffè prima del pomeriggio. Il kahvalti si compone di un’ampia varietà di elementi — formaggi, olive, uova nelle più diverse preparazioni, il celebre simit (la ciambella ricoperta di sesamo nero), carne bovina cotta nel grasso d’agnello — ma il kaymak occupa un posto di assoluta centralità, servito tradizionalmente insieme al miele in un abbinamento noto come bal kaymak.Radici millenarie tra le steppe dell’Asia centraleLe origini del kaymak affondano nelle tradizioni delle antiche tribù turche e mongole dell’Asia centrale, dove la bollitura lenta del latte rappresentava non un’indulgenza culinaria bensì una tecnica di conservazione essenziale durante le lunghe migrazioni attraverso le steppe. Il processo permetteva di ricavare un alimento nutriente, trasportabile e ad alta densità calorica, qualità indispensabili per le popolazioni nomadi. Col trascorrere dei secoli, questa tecnica di lavorazione si è propagata lungo le rotte commerciali e attraverso le conquiste militari, diventando progressivamente un cardine della cucina ottomana tra il XIV e il XIX secolo, quando il kaymak era considerato un simbolo di opulenza e abbondanza sulle tavole dei sultani, che lo consumavano al mattino accompagnato da pane e miele.La diffusione del prodotto ha superato i confini dell’impero: il kaymak è oggi presente nella Penisola Balcanica (dove prende il nome di kajmak), nel Medio Oriente, in Iran, in Pakistan, in Afghanistan, in Azerbaigian e in India, con varianti locali che riflettono le diverse tradizioni lattiero-casearie dei territori attraversati. In Iraq, ad esempio, la versione equivalente si chiama geymar ed è preparata con latte grasso bovino o di bufala secondo metodologie analoghe a quelle turche.Il processo di produzione: lentezza come arteLa produzione del kaymak è un processo che non ammette abbreviazioni né scorciatoie industriali: il latte intero non pastorizzato viene versato in ampie pentole basse e portato a una temperatura di poco inferiore al punto di ebollizione, mantenuto in questo stato per circa due ore a fuoco bassissimo, in modo da permettere alla panna di affiorare e addensarsi in una pellicola cremosa sulla superficie. Una volta formata questa pelle caratteristica, il recipiente viene lasciato raffreddare lentamente, spesso per l’intera notte, consentendo ai batteri naturali presenti nel latte di avviare una leggera fermentazione spontanea che conferisce al prodotto il suo aroma delicato e la caratteristica punta di acidità che lo distingue dalla semplice panna.Successivamente, lo strato solido viene rimosso con grande delicatezza per non comprometterne la struttura e arrotolato in cilindri chiamati lüle, pronti per essere serviti freschissimi. La consistenza che ne risulta è ricca e cremosa, ma non del tutto compatta grazie alle fibre proteiche del latte che la percorrono, e il sapore è ricco e persistente, con un retrogusto leggermente fermentato che ne eleva la complessità organolettica ben al di sopra di qualsiasi panna industriale.Afyonkarahisar: la capitale del kaymakIn Turchia, la provincia di Afyonkarahisar — nota anche semplicemente come Afyon, nell’entroterra della regione dell’Egeo — è universalmente riconosciuta come la patria del miglior kaymak del paese, tanto da aver guadagnato una scheda dedicata nell’Arca del Gusto di Slow Food. La qualità eccezionale del prodotto locale deriva da una curiosa tradizione zootecnica: le bufale della zona vengono nutrite con i residui dei semi di papavero spremuti per la produzione dell’olio, una dieta del tutto peculiare che rende il loro latte di una qualità superiore, conferendo al kaymak prodotto con esso un colore bianco intenso e un sapore particolarmente pronunciato. Il latte di bufala, del resto, contiene fino all’8% di materie grasse contro il 3-4% del latte vaccino, il che si traduce in un kaymak più ricco, più bianco e più saporito.Esiste anche una variante ancora più rara, il kuru kaymak (panna essiccata), prodotto invernale di quantità limitatissima tutelato anch’esso da Slow Food: i vassoi di latte vengono disposti sopra braci ardenti e il latte viene lasciato cuocere fino al mattino, con sorveglianza periodica del fuoco, fino alla formazione di uno spesso strato poroso sulla superficie che viene raccolto con lunghi mattarelli di legno. L’elevato contenuto calorico lo rende adatto ai mesi più freddi e ne giustifica la produzione stagionale.Bal kaymak: l’abbinamento iconicoL’abbinamento più celebre e diffuso rimane il bal kaymaklı ekmek, ovvero pane con miele e kaymak: una fetta di pane fresco o tostato è generosamente spalmata con il latticino e irrorata di miele che cola ai lati, in un equilibrio tra dolcezza e grassezza che rappresenta l’apice della colazione turca del fine settimana, consumata con lentezza accompagnata dal tè nero. La combinazione, per quanto semplice nella sua struttura, raggiunge una complessità di sapori difficilmente riproducibile con sostituti industriali. Oltre alla colazione, il kaymak viene impiegato anche come accompagnamento a dolci della tradizione come la baklava, la kadayif e la sekerpare, oppure come antipasto o contorno a piatti di carne nei Balcani.Un prodotto a rischio di omologazioneNonostante la persistenza della tradizione artigianale, il kaymak non è immune dalla pressione dell’industria alimentare, che ha prodotto versioni standardizzate e pastorizzate del latticino, ampiamente disponibili sia in Turchia che nei mercati internazionali. Questi prodotti, pur mantenendo la denominazione originale, si discostano significativamente dall’autentico kaymak artigianale per consistenza, aroma e profilo organolettico, privati com’è del processo di fermentazione naturale e della materia prima non trattata che ne costituiscono l’anima. La tutela operata da organizzazioni come Slow Food per le varietà tradizionali di Afyon e per il kuru kaymak rappresenta un argine concreto contro l’omologazione, nel tentativo di preservare una tecnica millenaria che ha attraversato indenne le vicende dei più grandi imperi della storia.