AttualitàQuaresima, perché il venerdì non si mangia carne: storia e significato di un precetto millenarioIl precetto di astenersi dalla carne ogni venerdì di Quaresima affonda le radici nella memoria della crocifissione di Cristo e in una consolidata tradizione penitenziale della Chiesa cattolica, che ha scelto la carne — simbolo di festa e opulenza — come oggetto privilegiato della rinuncia spirituale.Andrea Bosetti • 19 Febbraio 2026, 14:11 Guarda le VideoricetteSeguici su YouTube Anelli di Zucchine Seguici su YouTube! Anelli di Zucchine Ogni anno, con l’inizio della Quaresima, milioni di cattolici nel mondo rinunciano alla carne ogni venerdì, osservando un precetto che affonda le sue radici nella teologia cristiana delle origini e che il Codice di Diritto Canonico ha codificato in modo formale nel corso dei secoli. Una tradizione che va ben oltre la semplice rinuncia alimentare, e che porta con sé stratificazioni di significato religioso, storico e culturale di notevole profondità.Il venerdì come giorno di penitenzaLa scelta del venerdì non è casuale né arbitraria: nella tradizione cristiana, questo giorno della settimana è direttamente collegato alla crocifissione e alla morte di Gesù Cristo, avvenuta, secondo i Vangeli, proprio di venerdì. Fin dai primi secoli del cristianesimo, i fedeli hanno riservato a questo giorno una particolare osservanza penitenziale, unendo simbolicamente le proprie sofferenze a quelle del Cristo sulla croce. Come ricorda la tradizione cattolica, “da tempo immemorabile, i cattolici hanno riservato al venerdì un’osservanza penitenziale speciale mediante la quale soffrono volentieri con Cristo per poter essere un giorno glorificati con Lui”: è questo il nucleo teologico attorno al quale si costruisce l’intera pratica dell’astinenza dalle carni.La Quaresima, che ha inizio il Mercoledì delle Ceneri e si protrae per quaranta giorni fino alla Pasqua, rappresenta per la Chiesa cattolica un tempo liturgico di preparazione, conversione e riflessione sulla Passione di Cristo. In questo contesto, il venerdì acquisisce una valenza ancora più intensa: è il giorno in cui la commemorazione del sacrificio divino è più viva, e in cui ogni gesto di privazione assume il valore di una partecipazione spirituale a quel medesimo sacrificio.L’astinenza dalla carne: il precetto canonicoIl Codice di Diritto Canonico prescrive l’astinenza dalle carni nei cosiddetti “giorni di magro”, che comprendono tutti i venerdì dell’anno, con particolare enfasi durante la Quaresima. In linea di principio, dunque, il precetto non è limitato ai quaranta giorni precedenti la Pasqua, ma si estende a ogni venerdì del calendario liturgico. Tuttavia, non rispettare questa regola durante il periodo quaresimale è considerato dalla dottrina cattolica una mancanza di maggiore gravità, proprio in virtù del significato penitenziale rafforzato di questo tempo liturgico.In termini pratici, l’astinenza si concretizza nel divieto di consumare carne di animali terrestri, mentre il consumo di pesce rimane consentito. Il precetto si applica ai fedeli che abbiano compiuto il quattordicesimo anno di età, con le consuete eccezioni legate a condizioni di salute, gravidanza o altri impedimenti gravi. Il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo sono inoltre giorni di digiuno vero e proprio, nei quali, oltre all’astinenza dalla carne, è prescritto di ridurre i pasti a uno solo completo nell’arco della giornata.Perché la carne e non altri alimentiLa scelta della carne come oggetto specifico dell’astinenza non è priva di una logica simbolica precisa. Nel corso dei secoli, la carne — in particolare quella rossa — è stata associata nella cultura occidentale e cristiana al banchetto, alla festa, all’abbondanza e, in senso più teologico, alla lusinga dei sensi e alla lussuria. Consumarla in un giorno dedicato al lutto e alla meditazione sulla morte di Cristo sarebbe stato, secondo la sensibilità dei primi cristiani, un atto incoerente con lo spirito di mortificazione e umiltà che il venerdì richiedeva. La Chiesa, in sostanza, ha scelto di proibire quegli alimenti che davano maggiore piacere al palato e che erano percepiti come simbolo di opulenza e celebrazione.In questo quadro, la distinzione operata tra carne e pesce trova un appiglio anche nelle Scritture: nella Prima Lettera ai Corinzi, san Paolo scrive che “non ogni carne è uguale; ma altra è la carne degli uomini, altra la carne delle bestie, altra quella degli uccelli, altra quella dei pesci”. Su questa base, la tradizione teologica ha progressivamente elaborato la distinzione tra gli animali di terra, il cui consumo viene vietato nei giorni di magro, e gli animali acquatici, il cui consumo resta invece permesso.Il pesce: cibo dei poveri, poi del digiunoLa presenza del pesce sulla tavola del venerdì quaresimale ha una giustificazione storica e sociale altrettanto articolata. Per gran parte del Medioevo e fino all’età moderna, il pesce era considerato un cibo povero, privo del prestigio e del valore simbolico della carne, e per questo ritenuto adeguato a un giorno di penitenza. L’accostamento del pesce alla mortificazione corporale era tanto radicato da rendere il venerdì il giorno tradizionalmente dedicato al suo consumo in tutti i paesi a maggioranza cattolica, generando una consuetudine alimentare che in molte regioni d’Italia e d’Europa sopravvive ancora oggi, ben al di là della stretta osservanza religiosa.Tuttavia, come notano gli esperti di liturgia, la questione non è legata alla specie ittica in quanto tale, bensì allo spirito di sobrietà che deve animare il pasto dei giorni di magro. Un merluzzo cucinato semplicemente rispetta pienamente il precetto; un’aragosta o un pesce pregiato consumati in modo sontuoso violerebbero, almeno nella sua intenzione originaria, il concetto stesso di penitenza. L’essenza della norma, cioè, risiede nel rinunciare al piacere e al lusso, non nel rispettare una classificazione zoologica per il suo stesso valore.Digiuno, preghiera ed elemosina: i tre pilastriL’astinenza dalla carne non è una pratica isolata, ma si inscrive in un sistema più ampio di pratiche penitenziali che la Chiesa cattolica ha definito nel corso dei secoli attorno a tre elementi cardine: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Il digiuno è connesso alla preghiera e alla carità in modo inscindibile: la privazione fisica non ha valore in sé, ma solo nella misura in cui orienta lo spirito verso la dimensione trascendente e dispone il fedele a una maggiore sensibilità verso i bisogni altrui. È in questo contesto che il precetto alimentare del venerdì acquista il suo significato più autentico, al di là della mera osservanza formale.La Quaresima, nella sua interezza, è un percorso che la liturgia cattolica propone come cammino di conversione interiore, nel quale le pratiche corporali — il digiuno, l’astinenza, la rinuncia ai piaceri — non rappresentano un fine, ma uno strumento. Rinunciare alla carne ogni venerdì, in questa prospettiva, è un gesto che rinnova settimana dopo settimana il ricordo della morte di Cristo e l’impegno del fedele a “soffrire con Lui”, come recita la tradizione, nell’attesa della Resurrezione di Pasqua.Una tradizione viva nella società contemporaneaNonostante i cambiamenti profondi che hanno attraversato la società occidentale e lo stesso rapporto dei fedeli con la pratica religiosa, l’usanza di non mangiare carne il venerdì durante la Quaresima conserva una vitalità sorprendente, non soltanto tra i praticanti convinti ma anche tra coloro che la vivono come un’eredità culturale e familiare. In molte città italiane, la tavola del venerdì quaresimale è ancora caratterizzata da ricette tradizionali a base di pesce o di legumi, tramandate di generazione in generazione come espressione di un’identità collettiva che trascende la dimensione strettamente confessionale.La Quaresima del 2026, iniziata il 18 febbraio con il Mercoledì delle Ceneri, riconduce anche quest’anno milioni di persone a misurarsi con questo antico precetto. Al di là delle diverse modalità con cui ciascuno sceglie di interpretarlo — nella sua forma più rigorosa o in quella più simbolica — l’astinenza dalla carne il venerdì rimane uno dei segnali più riconoscibili di un tempo liturgico che, nella tradizione cattolica, costituisce il preludio necessario alla gioia della Pasqua.