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La migliore pizza al mondo del 2026 non si mangia in Italia: la classifica

La classifica 2026 di Time Out incorona la Cacio e Pepe del Mama's Too di New York come miglior pizza al mondo, relegando l'Italia al secondo posto con la capricciosa di 180grammi Pizzeria Romana di Roma.
19 Febbraio 2026, 12:06
La migliore pizza al mondo del 2026 non si mangia in Italia: la classifica
Anelli di Zucchine
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Anelli di Zucchine

L’Italia può rivendicare di aver inventato la pizza, ma nel 2026 il primato della miglior pizza al mondo – secondo la classifica annuale stilata da Time Out – è appannaggio di New York. La graduatoria, pubblicata il 4 febbraio 2026 e frutto del lavoro di una rete internazionale di scrittori e redattori del magazine, ha incoronato la Cacio e Pepe del locale Mama’s Too come la miglior pizza del pianeta, superando pizzerie italiane blasonate e proposte provenienti da ogni angolo del mondo.

La notizia ha immediatamente sollevato un certo clamore nel panorama gastronomico italiano e internazionale, anche per la singolare ironia insita nella vicenda: il piatto vincitore porta il nome di una ricetta della tradizione romana – la cacio e pepe, appunto – ma è stato rielaborato, reinterpretato e trasportato oltre Atlantico da un locale della Grande Mela, che ne ha fatto una versione pizza capace di conquistare la vetta di una classifica globale. Una beffa, o forse un omaggio, a seconda dei punti di vista.

La pizza vincitrice: Cacio e Pepe del Mama’s Too

Il Mama’s Too è un locale newyorkese con due punti vendita: uno nel West Village e uno nell’Upper West Side di Manhattan. A convincere la redazione di Time Out è stata la sua pizza Cacio e Pepe, una pizza in teglia – nel classico stile square di New York – che si distingue per un profilo di sapori deciso e avvolgente. La base bianca accoglie uno strato di mascarpone montato, sopra il quale vengono disposti mozzarella stagionata, pecorino romano e parmigiano reggiano grattugiati in abbondanza, il tutto completato da una generosa macinata di pepe nero. Il risultato, secondo la food editor di Time Out New York Morgan Carter, che l’ha valutata personalmente, è una pizza in grado di far “cantare in armonia tutti i sapori”: la leggerezza cremosa del mascarpone bilancia la sapidità decisa dei formaggi stagionati, mentre la nota speziata del pepe chiude il boccone con carattere. Carter ha descritto la pizza come letteralmente nascosta sotto una “tempesta di neve” di pecorino e parmigiano reggiano, prima di essere scaldata rapidamente in forno.

Time Out sottolinea anche il ruolo della tecnica di preparazione, che punta sulla stratificazione degli ingredienti per mantenere consistenza e profumo durante la cottura, restituendo un equilibrio pensato per essere immediatamente riconoscibile. La scelta di ingredienti italiani – pecorino romano e parmigiano reggiano in primis – rappresenta comunque un omaggio implicito alla tradizione gastronomica della penisola, anche se il risultato finale è una creazione squisitamente newyorkese per tecnica e stile.

L’Italia sul podio, ma non al vertice

L’Italia non esce comunque a mani vuote dalla classifica. Al secondo posto si colloca la pizza capricciosa di 180grammi Pizzeria Romana, nel quartiere romano di Centocelle: un locale noto per realizzare ogni pizza con un impasto da 180 grammi, la cui capricciosa prevede pomodoro, mozzarella, carciofi, prosciutto, olive, funghi e uovo sodo. La prima pizzeria napoletana a fare il proprio ingresso nella graduatoria è invece Da Attilio, storico locale del quartiere Pignasecca aperto fin dal 1938, che si posiziona al quarto posto grazie alla sua celebre margherita preparata con ingredienti selezionati dai territori costieri campani. Due presenze italiane nella top ten rappresentano comunque un risultato di rilievo in una classifica che abbraccia ogni continente.

Il terzo gradino del podio va invece a Londra, con la pizza marinara di Short Road Pizza: una rivisitazione della marinara classica arricchita con purea d’aglio, chimichurri piccante, burrata e acciughe siciliane, proposta che dimostra come la tradizione napoletana venga rielaborata nelle cucine di mezzo mondo con risultati capaci di competere ai massimi livelli.

La top ten completa

Al di là del podio, la classifica di Time Out restituisce una mappa gastronomica di straordinaria ampiezza geografica. Al quinto posto figura la pizza Umami di Pizza Marumo a Tokyo, una proposta dalla forte impronta giapponese che abbina una salsa cremosa di funghi shiitake secchi a mozzarella, pecorino, sgombro, fiocchi di bonito, kombu, cipollotti, sesamo e salsa di soia. Sesta è la pepperoni di Little Kitchener’s Pizzeria a Johannesburg, seguita al settimo posto dalla pizza con salsiccia, burrata, pepperoni, aglio e prezzemolo di Civerinos a Edimburgo. Chiudono la top ten la pizza “a strati” di Kalis a Buenos Aires, la pizza con pomodori confit e pesto di limone e basilico di Baldoria a Madrid e quella con le vongole di Bella Brutta a Sydney.

La classifica complessiva, che nella sua versione estesa arriva a comprendere 18 pizze provenienti da tutto il mondo, include anche proposte da Capo Town, Chicago, Copenhagen, Parigi, Rio de Janeiro, Lisbona, Hong Kong e Oaxaca, a riprova di quanto la pizza si sia radicata nelle culture gastronomiche più diverse, venendo reinterpretata con ingredienti e tecniche locali mantenendo tuttavia un filo diretto con la propria origine italiana.

Il metodo della classifica

La graduatoria di Time Out non è il frutto di un sondaggio online o di un algoritmo, bensì di un processo redazionale strutturato: il magazine ha coinvolto la propria rete internazionale di scrittori ed editor, ciascuno incaricato di assaggiare e valutare le migliori pizze disponibili nella propria città di riferimento, per poi sottoporre le proprie proposte a una selezione finale curata dalla redazione centrale. Un approccio che privilegia l’esperienza diretta e la competenza locale rispetto a criteri meramente tecnici o accademici, e che per sua natura incorpora una componente soggettiva inevitabile, legata ai gusti e alle sensibilità dei singoli valutatori.

Questo aspetto non è privo di rilievo quando si considera che il magazine è di origine angloamericana e che buona parte dei suoi redattori opera in contesti culturali distanti dalla tradizione napoletana o romana. Non si tratta di un elemento che invalida la classifica, ma rappresenta un fattore da tenere presente nell’interpretare i risultati, come peraltro avviene per ogni graduatoria gastronomica internazionale, comprese quelle più blasonate come la Guida Michelin o la 50 Top Pizza.

Una pizza italiana che vince fuori dall’Italia

C’è un elemento che rende la vicenda particolarmente significativa dal punto di vista culturale: il nome e il concept della pizza vincitrice sono italianissimi. La cacio e pepe è uno dei piatti più rappresentativi della cucina romana, un classico intramontabile della gastronomia laziale, e il fatto che un locale newyorkese ne abbia tratto ispirazione per creare la pizza più premiata del 2026 conferma una tendenza ormai consolidata: la cucina italiana è una fonte di ispirazione inesauribile per i cuochi di tutto il mondo, che ne rielaborano le ricette adattandole ai propri contesti senza per questo snaturarne l’essenza. La globalizzazione della pizza è un fenomeno documentato da decenni, ma classifiche come questa testimoniano come il processo sia ormai maturo, con prodotti di qualità elevata realizzati fuori dai confini nazionali italiani che riescono a competere – e talvolta a superare – gli originali nei giudizi internazionali.