Vai al contenuto

Prendersi Cura dei Nipoti Protegge i Nonni dalla Demenza

Studio su 2.887 nonni dimostra che occuparsi dei nipoti migliora memoria e linguaggio, rallentando il deterioramento delle funzioni cerebrali
5 Febbraio 2026, 11:52
Prendersi Cura dei Nipoti Protegge i Nonni dalla Demenza
Anelli di Zucchine
Seguici su YouTube!
Anelli di Zucchine

Una nuova ricerca scientifica condotta dall’Università di Tilburg nei Paesi Bassi ha fornito evidenze concrete su un fenomeno che molte famiglie avevano intuito da tempo: occuparsi dei nipoti rappresenta un fattore protettivo significativo contro il declino cognitivo e la demenza negli anziani. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Psychology and Aging dell’American Psychological Association, ha analizzato i dati di 2.887 nonni di età superiore ai 50 anni, con un’età media di 67 anni, monitorati attraverso tre diverse rilevazioni condotte tra il 2016 e il 2022 nell’ambito dell’English Longitudinal Study of Ageing (ELSA).

La ricerca ha dimostrato che i nonni che si occupano attivamente dei nipoti ottengono punteggi significativamente più elevati nei test di memoria e fluidità verbale rispetto a coloro che non forniscono assistenza ai bambini, indipendentemente dalla frequenza con cui tale cura viene prestata o dal tipo specifico di attività svolte. Questo risultato si è mantenuto valido anche dopo aver considerato e controllato statisticamente numerose variabili confondenti, tra cui età, stato di salute generale, livello di istruzione, stato civile e numero di figli e nipoti. I ricercatori hanno sottoposto i partecipanti a questionari dettagliati che indagavano se avessero fornito assistenza ai nipoti nell’anno precedente, con quale frequenza e attraverso quali modalità, includendo attività come la sorveglianza notturna, la cura dei bambini malati, il gioco e le attività ricreative, l’assistenza nei compiti scolastici, il trasporto da e per la scuola e la preparazione dei pasti.

Un aspetto particolarmente rilevante emerso dallo studio riguarda le differenze di genere nell’impatto cognitivo dell’accudimento dei nipoti. Le nonne che si prendevano cura dei bambini hanno registrato un rallentamento significativo del declino cognitivo nel corso del periodo di osservazione, mostrando una minore deterioramento nelle capacità di memoria episodica e fluidità verbale rispetto alle nonne che non fornivano assistenza. I nonni che si occupavano dei nipoti presentavano anch’essi una funzione cognitiva superiore rispetto ai controlli non caregivers, sebbene l’analisi principale non abbia rilevato differenze significative nel tasso di declino tra nonni caregivers e non caregivers. Questa disparità riflette probabilmente le diverse modalità di coinvolgimento nell’accudimento dei nipoti: le nonne tendono tradizionalmente a fornire cure fisiche ed emotive più intensive e continuative, mentre i nonni si impegnano prevalentemente in attività ricreative e spesso affiancano le loro partner piuttosto che occuparsi autonomamente dei bambini.

Flavia Chereches, dottoranda in psicologia presso l’Università di Tilburg e ricercatrice principale dello studio, ha sottolineato un elemento sorprendente dei risultati ottenuti. L’aspetto che si è rivelato più determinante per la funzione cognitiva non è la frequenza con cui i nonni si occupano dei nipoti né le attività specifiche che svolgono con loro, ma l’esperienza complessiva di essere coinvolti nell’accudimento in quanto tale. Questa scoperta suggerisce che il beneficio cognitivo derivi dall’insieme di stimolazioni mentali, sociali ed emotive associate al ruolo di caregiver piuttosto che dall’intensità o dalla tipologia specifica di impegno. Qualsiasi nonno che avesse fornito assistenza in qualche momento nell’anno precedente risultava beneficiare dell’effetto protettivo, indipendentemente dalla regolarità dell’impegno.

Nonostante l’assenza di una correlazione diretta tra attività specifiche e cognizione, l’analisi ha rivelato che una maggiore varietà di attività di caregiving risultava associata a una migliore fluidità verbale e a una funzione della memoria episodica più preservata. Alcune attività sembravano fornire benefici cognitivi leggermente superiori: i nonni che trascorrevano più tempo in attività ricreative con i nipoti o che aiutavano più frequentemente con i compiti mostravano capacità verbali e di memoria più solide, mentre coloro che preparavano regolarmente i pasti per i bambini o li accompagnavano a scuola tendevano ad avere una fluidità verbale migliore. Questi pattern suggeriscono che l’impegno cognitivo richiesto da compiti complessi e variati, che coinvolgono pianificazione, organizzazione, comunicazione e problem-solving, possa contribuire a mantenere attive le reti neurali e a contrastare i processi degenerativi.

I meccanismi attraverso cui l’accudimento dei nipoti esercita effetti protettivi sulla salute cerebrale sono molteplici e interconnessi. Prendersi cura dei bambini non rappresenta semplicemente un lavoro fisico, ma costituisce un’attività che fornisce simultaneamente interazione sociale, stimolazione emotiva e impegno cognitivo continuo, elementi che contribuiscono a mantenere il cervello attivo e plastico. La ricerca suggerisce che questo tipo di stimolazione multidimensionale gioca un ruolo cruciale nell’attivazione costante delle funzioni cerebrali. Inoltre, l’accudimento dei nipoti rafforza il senso di ruolo e di utilità all’interno della famiglia, riducendo l’isolamento sociale e contribuendo ad alleviare depressione e solitudine, fattori di rischio riconosciuti per il declino cognitivo negli anziani. La perdita dei ruoli sociali associata all’invecchiamento e al pensionamento rappresenta una sfida significativa per molti anziani, e il caregiving per i nipoti può costituire una compensazione vitale per questi deficit, fornendo scopo, identità e connessione intergenerazionale.

Una ricerca precedente condotta presso l’Università di Tilburg e pubblicata nel 2026 su dati britannici aveva già evidenziato che i nonni con esperienza di caregiving ottenevano punteggi più elevati nei test di funzione cognitiva complessiva, e che l’esperienza di caregiving in sé risultava più importante dell’intensità o della frequenza dell’assistenza. Questi risultati convergono con quelli di studi longitudinali condotti in Cina nell’ambito del CHARLS (China Health and Retirement Longitudinal Study), che hanno documentato un’associazione positiva significativa tra grandparenting e funzione cognitiva in adulti di mezza età e anziani, con il supporto intergenerazionale da parte dei figli che media parzialmente questa relazione. L’evidenza accumulata a livello internazionale conferma quindi la robustezza e la generalizzabilità del fenomeno attraverso contesti culturali differenti.

I ricercatori hanno tuttavia sottolineato la necessità di interpretare questi risultati con cautela e di considerare il contesto familiare e le dinamiche relazionali. Fornire assistenza volontariamente, all’interno di un ambiente familiare supportivo, può avere effetti molto diversi per i nonni rispetto a situazioni di caregiving in contesti stressanti, dove si sentono non supportati o percepiscono l’accudimento come un obbligo o un peso eccessivo. Il caregiving involontario o eccessivamente gravoso può infatti trasformarsi in una fonte di stress cronico, con potenziali effetti negativi sulla salute fisica e mentale degli anziani. La distinzione tra caregiving scelto e sostenibile versus caregiving imposto e opprimente rappresenta un elemento cruciale per comprendere quando e come l’accudimento dei nipoti possa tradursi in benefici per la salute cerebrale.

Questi risultati assumono particolare rilevanza nel contesto demografico contemporaneo, caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione e da un aumento significativo della prevalenza di deterioramento cognitivo e demenza tra gli individui anziani. Molti nonni a livello globale si occupano regolarmente dei propri nipoti, fornendo un’assistenza che sostiene non solo le famiglie ma anche la società nel suo complesso, permettendo ai genitori di mantenere l’occupazione e contribuendo alla cura e all’educazione delle nuove generazioni. La ricerca suggerisce che questa pratica, spesso denominata “twilight childcare” o accudimento al crepuscolo della vita, merita di essere rivalutata non soltanto come lavoro familiare non retribuito ma come fattore che produce effetti positivi significativi in termini di salute degli anziani e potenziale riduzione dei costi sociali associati alla gestione delle malattie neurodegenerative.

Gli esperti evidenziano che lo studio potrebbe avere implicazioni importanti per le politiche sociali e sanitarie rivolte alla popolazione anziana. Comprendere che l’accudimento dei nipoti può rallentare il declino cognitivo suggerisce la necessità di sviluppare politiche che sostengano e facilitino questo coinvolgimento intergenerazionale, garantendo al contempo che avvenga in condizioni di volontarietà, equilibrio e supporto adeguato. Programmi che promuovano l’interazione tra generazioni, che forniscano formazione e risorse ai nonni caregivers e che prevengano situazioni di sovraccarico potrebbero rappresentare investimenti preziosi per la salute pubblica. La professoressa Flavia Kerekes dell’Università di Tilburg ha sottolineato che questo tipo di stimolazione gioca un ruolo nell’attivare continuamente il cervello, e che l’importante è riconoscere che prendersi cura dei nipoti costituisce un’attività complessa che va ben oltre il semplice lavoro fisico.

La ricerca apre nuove prospettive sulla prevenzione del declino cognitivo attraverso interventi non farmacologici basati sul rafforzamento dei legami familiari e sul mantenimento di ruoli sociali significativi nell’età avanzata. Il contatto e le attività con i nipoti possono fungere da ponte verso l’impegno sociale e risultare protettivi, associandosi a un rischio ridotto di demenza. Studi sistematici sul deterioramento cognitivo nei nonni hanno confermato che la cura dei nipoti può essere associata a una migliore funzione cognitiva e a una progressione più lenta verso forme di demenza. Tuttavia, i ricercatori sottolineano la necessità di ulteriori studi per replicare questi risultati, esplorare i meccanismi sottostanti in modo più approfondito e identificare le condizioni ottimali in cui il caregiving per i nipoti può massimizzare i benefici cognitivi minimizzando i potenziali rischi di sovraccarico.